Piccoli rituali d’argilla per il Natale (in clamoroso ritardo)
Ci sono gesti che appartengono al Natale anche quando la farina non viene spolverata sul tavolo e lo zucchero resta nel cassetto.
Per me, uno di questi è fare i biscotti.
Non quelli da mangiare, ma quelli di argilla: ruvidi, imperfetti, silenziosi. Biscotti che nascono dalla terra e non dal grano, e che portano con sé lo stesso immaginario fatto di attesa, lentezza e mani sporche.
I biscotti natalizi di ceramica nascono così, da un processo semplice, quasi meditativo, che riprende quello della pasticceria ma lo traduce nel linguaggio della materia.
Stendere la terra
Tutto comincia da una lastra di argilla color pan di zenzero, stesa con calma fino a raggiungere uno spessore di circa 6–7 millimetri. È uno spessore che mi permette di mantenere solidità senza perdere delicatezza, e che restituisce al tatto una sensazione piena, rassicurante.
Quando la lastra è pronta, la ricopro con pellicola alimentare, facendola aderire bene alla superficie, senza pieghe. Questo passaggio è fondamentale: è una piccola accortezza tecnica che rende il processo più fluido e pulito, evitando che l’argilla si attacchi agli stampi.

Imprimere le forme
A questo punto entrano in gioco i taglia biscotti natalizi. Alberi, stelle, omini, sagome familiari che tutti riconosciamo. Grazie alla pellicola, le forme si imprimono con precisione, senza strappi, senza resistenze. È un momento quasi giocoso, che riporta all’infanzia.
Tolgo poi la pellicola, e con un coltellino rifilo con attenzione i contorni, eliminando l’argilla in eccesso. I biscotti iniziano a esistere davvero, uno a uno, separati dal resto della lastra.

Attendere e rifinire
Lascio asciugare i pezzi fino a raggiungere una quasi durezza cuoio. È in questo stato intermedio che l’argilla è più collaborativa: non troppo morbida, non ancora fragile.
Con piccoli pennelli da modellazione pulisco i bordi, addolcisco i perimetri, correggo le imperfezioni. È un lavoro lento, silenzioso, che richiede presenza.

La “ghiaccia” di argilla
Per il decoro preparo una barbottina a partire da argilla bianca, colorata fino a ottenere una tonalità che ricorda lo zucchero cotto. La metto in un piccolo barattolo con punta a siringa, come quelle usate in pasticceria.
Ed è qui che il gioco diventa serio: decoro i biscotti esattamente come farei con una ghiaccia reale, tracciando linee, punti, motivi semplici. Se sbagli puoi sempre “cancellare” pulendo con una spugna umida.

Fuoco e materia
Una volta terminati, lascio asciugare completamente i biscotti e li cuocio come qualsiasi altra ceramica. In questo caso scelgo di non smaltarli: voglio che restino opachi, ruvidi, materici.
Potenzialmente potrebbe essere una monocottura, proprio per preservare quell’effetto da pan di zenzero non glassato, più vicino alla terra che alla porcellana.
L’ultimo gesto
Dopo la cottura applico sul retro di ogni biscotto un appendi quadro, attraverso cui faccio passare un nastro di raso. È l’ultimo gesto, quello che li trasforma da oggetti a presenze: pronti per essere appesi, regalati, tramandati.
Questi biscotti non si mangiano, non scadono, non finiscono.
Restano.
Come piccoli talismani d’argilla, sospesi tra il gioco e il rito, tra la memoria e la materia.
I biscotti sono serviti.
L’argilla è ancora umida.


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