A un certo punto serviva uno spazio.
Non uno studio perfetto, non un laboratorio da rivista, ma un luogo reale dove poter sporcare, sbagliare, lasciare le cose a metà e riprenderle il giorno dopo.
Così ho guardato il garage di casa dei miei.
Un luogo che, come molti garage, non era davvero un garage: più che altro un archivio del tempo. Scatoloni pieni di oggetti inutilizzati ma assolutamente da conservare, almeno secondo mia mamma. Prima ancora di pensare alla ceramica, ho dovuto fare i conti con tutto questo. Riordinare, selezionare, spostare. Decine di scatole finite in soffitta, con la promessa implicita che prima o poi sarebbero tornate utili.
Solo dopo è arrivata la parte bella.
Ho comprato uno di quei torni economici, niente di professionale, ma abbastanza per continuare a imparare. Poi. alcuni mobili in legno semplici, senza pretese. E piano piano tutti gli accessori: stecche, spugne, fili, secchi. Le argille, scelte più per istinto che per metodo, seguendo quello che mi ispirava in quel momento.
Il garage ha iniziato a cambiare.
Non con una trasformazione improvvisa, ma con piccoli gesti ripetuti. Un tavolo spostato. Un sacco di argilla appoggiato in un angolo. Il tornio collegato per la prima volta. L’odore della terra bagnata che prende il posto della polvere.
Non è un laboratorio perfetto.
È un luogo vissuto, un po’ improvvisato, molto sincero. Ma è lì che ho iniziato davvero a lavorare da solo, senza insegnanti, senza orari, senza aspettative. Solo io, la terra, e il tempo che finalmente rallenta.

In fondo, forse, ogni progetto ha bisogno di questo: uno spazio che nasce da quello che c’è già, e la pazienza di svuotarlo per far entrare qualcosa di nuovo.
La terra è ancora umida.
I sogni cominciano a manifestarsi.


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